Demenza e caregiver: una malattia di famiglia

 
 

 

Demenza senile: una tragedia per l’intera famiglia. La persona che ne soffre vede pian piano il suo mondo sgretolarsi e diventare sempre meno familiare e più ostile, d’altro canto, i suoi cari sono costretti a convivere con il dolore di vedere la persona amata soffrire, perdere gradualmente le proprie funzioni cognitive e perfino la propria indipendenza. Per l’impatto che la demenza ha sull’intero nucleo familiare essa fa parte delle malattie familiari.

Purtroppo, nonostante una crescente consapevolezza della natura organica di questa patologia, lo stigma che la caratterizza rimane, e la conseguenza è l’isolamento sociale. Si stima che ben il 94% dei malati venga curato a casa nelle nazioni a reddito medio e basso. Non di rado il sistema sociosanitario purtroppo non è in grado di supportare queste persone. In Italia, il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600.000 con demenza di Alzheimer) e circa 3 milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari.

Molto spesso si tratta di donne, mogli e figlie spesso a loro volta con famiglia, che ospitano il malato in casa. L’impatto del carico assistenziale su di loro è notevole, sia in termini di salute fisica e psicologica che di modificazioni della vita lavorativa e familiare, e spesso provoca un forte stress e la sensazione di non riuscire a far fronte alle richieste di cura. Una presa in carico e una responsabilità con la consapevolezza, accettata o meno, che la prognosi è sfavorevole, e che porterà a istituzionalizzazione e al decesso del proprio caro.

La salute del malato e del caregiver diventano legate a doppia mandata. I problemi comportamentali, i disturbi dell’umore o i sintomi psichiatrici, che risultano essere molto frequenti nei pazienti con demenza, sono considerati fattori determinanti di burden del caregiver, che risente molto anche di eventuali sintomi depressivi e ansiosi nell’assistito. La stessa richiesta costante di supporto, tipica di questi pazienti, è causa di distress.

A sua volta l’umore dei caregiver influenza l’aspettativa di vita dei pazienti con demenza.

Un aiuto extra

Contro tutto questo è consigliabile agire per tempo con abitudini di vita e dieta equilibrate e sane.

Alcune sostanze inoltre sono note per fornire supporto alle funzioni cognitive negli anziani.

Si tratta della L-Acetilcarnitina (LAC), una molecola che induce effetti neuroprotettivi, neurotrofici e analgesici nel sistema nervoso centrale periferico. La LAC si è dimostrata efficace nel declino cognitivo lieve e nelle fasi precoci della malattia di Alzheimer (AD). Questa sostanza ha anche un’azione antidepressiva in pazienti anziani con disturbo distimico (un disturbo dell’umore caratterizzato da depressione). Probabilmente tali l’effetti positivi sull’umore sono associati a un miglioramento della sintomatologia cognitiva). La LAC rappresenta inoltre una valida opzione terapeutica nelle neuropatie periferiche, e i suoi effetti neurotrofici e analgesici aprono nuovi orizzonti per lo studio della gestione delle malattie nervose periferiche. Pare inoltre che abbia anche un effetto sul dolore neuropatico, come quello dovuto a neuropatie diabetiche, a compressione e ad agenti chemioterapici. Ci sono evidenze che indicano che possa portare a riduzione del dolore, miglioramento della funzione nervosa e aumento del trofismo neuronale. Alcuni dati hanno inoltre dimostrato aumento dei cluster di fibre nervose rigenerate.

Un’altra utile sostanza è il Ginkgo biloba. Il suo estratto agisce sui meccanismi coinvolti nel miglioramento della funzione cerebrale, e include cambiamenti nella circolazione sanguigna attraverso una vasodilatazione dei vasi, una diminuzione della viscosità del sangue, un rafforzamento delle pareti dei capillari, una riduzione della concentrazione di radicali liberi dell’ossigeno e una riduzione dell’impoverimento dovuto all’età dei recettori per i neurotrasmettitori. Ha un effetto anti-ischemico del Ginkgo che pare dovuto alla sua capacità di inibizione della formazione di radicali liberi. Studi clinici indicano che l’estratto di Ginkgo può essere efficace nel trattamento di una vasta gamma di condizioni associate a deterioramento mentale legato all’età con l’incremento delle proprietà neuroprotettive e cognitive. Ha infatti un effetto positivo in soggetti anziani con prestazioni mentali o di vigilanza compromesse: sembra essere in grado di stabilizzare e, in alcuni casi, migliorare le prestazioni cognitive e le funzioni sociali dei pazienti con demenza, ha mostrato miglioramenti nella memoria a breve termine, nello stato di vigilanza, attenzione, velocità di memorizzazione, qualità della memoria in soggetti sani. Il Ginkgo può anche ridurre la gravità della depressione in soggetti con disfunzione cerebrale da lieve a moderata combinata a episodi depressivi. Pare che abbia un’attività anche contro efficace in pazienti affetti da acufeni e vertigini.



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